jueves, 11 de enero de 2007

¿Defendería San Agustín a Galileo? Entrevista a Nello Cipriani

Posted by Rubén García  |  at   20:49

Entrevista de Lorenzo Cappelletti al padre Nello Cipriani, profesor ordinario del Instituto Patrístico Augustinianum: «En Agustín, la idea de que podemos tener un conocimiento cierto del mundo externo no se queda en una afirmación abstracta. La hace valer aun cuando se trata de establecer la relación entre la enseñanza de la Escritura y los resultados de las ciencias naturales»
Tomada de 30 Giorni (noviembre 2006)

Continúa...
Con padre Nello Cipriani, agostiniano, consultore della Congregazione per la dottrina della fede, ordinario presso l’Istituto Patristico Augustinianum fondato a Roma da Paolo VI, intervenuto più volte a partire dagli anni Novanta sulle pagine di 30Giorni in ordine all’attualità del pensiero di sant’Agostino, riprendiamo un dialogo in realtà mai interrotto se non sulla carta. Lo facciamo sollecitati, per un verso, da un dibattito sul rapporto fede e scienza che, in questi ultimi tempi, sembra farsi più aspro, per un altro verso da nuove ricerche di padre Cipriani che proprio in questo ambito possono portare un contributo di chiarezza e di distensione.

Qual è l’oggetto delle tue ricerche più recenti?
NELLO CIPRIANI: Recentemente mi sono occupato dell’epistemologia di sant’Agostino, ho voluto cioè indagare come egli ha inteso la parola scientia. Mi sono reso conto che nei primi anni dopo la sua conversione egli intendeva ancora questo termine nel senso che aveva nella tradizione platonica e aristotelica. Intendeva scientia come la conoscenza razionale delle realtà intellegibili eterne e immutabili, oggetto della speculazione metafisica e matematica, in primo luogo Dio. Da questo concetto molto intellettuale di scientia veniva perciò esclusa la conoscenza delle cose contingenti, quelle che avvengono nel tempo, come anche la conoscenza del mondo sensibile. Ma nel periodo del presbiterato, sant’Agostino compie una vera e propria svolta epistemologica, perché scopre una seconda scientia: lo studio della Scrittura, gradino indispensabile per giungere alla scientia delle cose eterne. Tale scoperta è frutto di una lettura di san Paolo che parla del dono della scienza distinto dal dono della sapienza. Così nel De doctrina christiana la scienza diventa soprattutto lo studio approfondito della Scrittura condotto con un metodo che si ispira a criteri scientifici. Questa è già una grande novità epistemologica. Ma poi sant’Agostino arriva nel De Trinitate (soprattutto nei libri XII e XIII) a distinguere in modo ancora più profondo la scienza dalla sapienza. La scienza non è più soltanto la conoscenza di ciò che è avvenuto nel tempo, cioè della storia della salvezza e della morale cristiana contenute entrambe nella Scrittura, ma include la fede temporale, storica, della Chiesa in Dio e nei beni eterni. In questo concetto di scienza l’oggetto diventa ancora più vasto: tutto ciò che è temporale e che interessa la fede. Compito di tale scientia, che non tutti necessariamente debbono avere, è di sostenere la fede dei credenti attraverso la difesa dalle eresie.

Che interesse può avere questa tua scoperta riguardo al percorso epistemologico di sant’Agostino?
CIPRIANI: La cosa è interessante perché i grandi filosofi greci, come Platone e Aristotele, non facevano rientrare nell’episteme, cioè nella scientia, ciò che avviene nel tempo, mentre per Agostino, come ho detto, la scientia si interessa delle res temporales, cioè dei fatti storici, e anche di tutti i fenomeni naturali. Ora, quando si parla di Agostino, molto spesso si aggiunge l’attributo “platonico”, Agostino dipenderebbe tutto dal platonismo. In realtà Platone non aveva molta stima della conoscenza sensibile, la riteneva una doxa, un’opinione, non gli attribuiva la capacità di fornire conoscenze certe. Invece Agostino, già nel De vera religione, dice esplicitamente che i sensi non ingannano, e in seguito, nel De Trinitate, altrettanto esplicitamente: lungi da noi sostenere che le cose che conosciamo attraverso i sensi non sono vere. Tutto il contrario di Platone. Inoltre, in sant’Agostino, l’idea che possiamo avere conoscenza certa del mondo esterno non rimane un’affermazione astratta. La fa valere anche quando si tratta di stabilire il rapporto tra l’insegnamento della Scrittura e i risultati delle scienze naturali. Questo avviene soprattutto nel De Genesi ad litteram, in cui sant’Agostino definisce temerario il cristiano che prende alla lettera un’espressione biblica mettendosi contro i risultati raggiunti con certezza dagli scienziati del tempo. Sostiene infatti che la Scrittura non intende insegnarci come è fatto il mondo, non intende dare cioè una spiegazione scientifica dei fenomeni naturali, vuole invece insegnarci la via della salvezza. Inoltre sant’Agostino nel De Genesi ad litteram non solo riconosce che gli scrittori sacri non hanno l’intenzione di pronunciarsi su come è fatto il mondo, ma sostiene addirittura che gli scienziati possono, con calcoli ed esperimenti, raggiungere risultati assolutamente certi, che chi è cristano deve accettare senza contrapporli alla Scrittura. Sempre che i risultati scientifici siano davvero certi, raggiunti con un metodo serio.

Se all’epoca si fosse ascoltato Agostino il famoso caso Galileo non sarebbe sorto.
CIPRIANI: È sicuro. Lo stesso Galileo, in una sua lettera del 1615, cita sant’Agostino per ben quindici volte per affermare, da una parte, la sua fede e, dall’altra, la sua libertà di scienziato. È stato un errore gravissimo aver fatto dire alla Scrittura quello che assolutamente non dice. Non è la Scrittura ad essere contraria alla scienza. Piuttosto è stato un modo di interpretare la Scrittura succube della cultura del tempo che ha impedito alla Chiesa di allora di rifarsi all’insegnamento di Agostino. La possibilità di evitare lo scontro tra Galileo e l’Inquisizione c’era, se soltanto avessero tenuto presente questo insegnamento di Agostino che aveva già riconosciuto l’autonomia della scienza tanti secoli prima.

Molto interessante questo Galileo agostiniano.
CIPRIANI: La riflessione sviluppata da sant’Agostino sul concetto di scientia, che attraversa tutta la sua riflessione filosofica e teologica, lo porta a delle conquiste che saranno recuperate solo molti secoli dopo: prima da san Tommaso, per quanto riguarda la teologia (per definire oggetto e scopo della teologia, san Tommaso, all’inizio della Summa, ha ripreso il concetto di scientia di Agostino). Poi da Galileo, per quanto riguarda le scienze naturali.

Da quanto dici sembra che sant’Agostino, col suo escludere una contrapposizione fra la scienza e la Scrittura, abbia anticipato quello che comunemente riteniamo un portato della moderna indagine esegetica. Come è stata possibile una anticipazione così clamorosa da parte di Agostino?
CIPRIANI: Sant’Agostino è giunto a questi risultati certamente attraverso la sua riflessione sempre molto attenta all’insegnamento della Scrittura. Ma c’è anche un elemento importante che viene dalla sua esperienza personale. Sant’Agostino è stato manicheo per nove anni. Poi si è progressivamente allontanato (lo scrive nel capitolo V delle Confessioni) proprio a causa della delusione prodotta in lui dalla constatazione che l’insegnamento manicheo, che pretendeva di dare una spiegazione certa e vera di tutto, anche dei fenomeni naturali, in realtà era in contraddizione con l’insegnamento dei fisici, soprattutto con le loro spiegazioni in ordine alle eclissi della luna e del sole. I manichei, infatti, interpretavano questi fenomeni alla luce della mitica lotta fra il bene e il male, che era al centro della loro religione. Ma Agostino si era reso conto (dice che aveva letto tutti i libri che aveva potuto trovare su questi argomenti) che le spiegazioni completamente diverse date dai fisici avevano trovato conferma nei fatti. I fisici erano stati infatti in grado di prevedere con molti anni di anticipo le eclissi della luna e del sole. È stata la constatazione dell’errore dei manichei nel voler spiegare i fenomeni naturali attraverso il mito religioso a metterlo in guardia perché la stessa cosa non accadesse ai cristiani. Pertanto, quando legge la Scrittura, sant’Agostino vuole salvaguardarla da questa caduta di credibilità, preoccupandosi di distinguere ciò che la Scrittura vuole da ciò che non vuole insegnare.

Lo sviluppo delle scienze naturali è stato favorito da questa critica dell’atteggiamento mitico, da questa demitizzazione ante litteram, per usare la nota espressione bultmaniana?
CIPRIANI: Sant’Agostino riconosce l’effettiva capacità da parte degli scienziati di raggiungere risultati certi nella conoscenza del mondo, ma, dato che al suo tempo queste conoscenze erano molto limitate, egli si mantiene sempre piuttosto cauto nei confronti dello studio della natura. Ripete molte volte che questo studio non solo non è di grande aiuto per la salvezza eterna dei fedeli ma non porta nemmeno tanti benefici nell’ordine umano. Si riferisce soprattutto a certe scienze, come la scienza medica, che al suo tempo aveva raggiunto scarsi risultati. Riconosce che la medicina, in termini di principio, sarebbe utile per la salute dell’uomo, ma in pratica ritiene scarsa la sua utilità. Insomma, in Agostino c’è la convinzione della effettiva possibilità di poter raggiungere risultati certi nella conoscenza del mondo esterno; c’è d’altra parte, però, anche un certo scetticismo sulla utilità di tale conoscenza.

Una volta però che le scienze della natura, come è avvenuto in epoca moderna e contemporanea, hanno compiuto un reale progresso, non solo in termini conoscitivi ma anche applicativi, la concezione agostiniana è in grado di accogliere senza remore tale progresso.
CIPRIANI: Credo che da sant’Agostino potremmo imparare ad avere più fiducia nella ragione umana e quindi anche nella capacità di conoscere meglio il nostro mondo. È vero, egli intende occuparsi – lo dice fin dai Soliloquia – di Dio e dell’anima, ma c’è fin dall’inizio, e poi sempre più nell’Agostino maturo, una fiducia nella conoscenza del mondo esterno, conoscenza che può persino aiutare a capire meglio la Scrittura. Sant’Agostino fa notare diverse volte nel De Genesi ad litteram che la scienza ci potrebbe insegnare a non prendere alla lettera certe espressioni bibliche. E, viceversa, a non allegorizzare là dove deve valere il senso letterale.

Ritornando sul tema della pretesa razionalità dei manichei, cosa rispondono i manichei a sant’Agostino?
CIPRIANI: Come ho detto, sant’Agostino racconta che si era reso conto del contrasto che c’era fra l’insegnamento degli scienziati e i libri manichei riguardo a fenomeni celesti come le rivoluzioni delle stelle, le eclissi del sole, della luna e così via. Pertanto presentava queste difficoltà ai suoi amici manichei e chiedeva spiegazioni, ma questi si schermivano dicendo che sarebbe stato il loro vescovo Fausto a rispondere a tutte le sue difficoltà. Quando finalmente Fausto giunse a Cartagine nel 383, Agostino gli presentò i suoi dubbi, ma Fausto riconobbe umilmente la sua ignoranza su questi temi. Agostino, sotto certi aspetti, lo trovò simpatico. Apprezzò la sua modestia e anche la sua oratoria, il suo stile da buon retore, ma perse la sua fiducia nel manicheismo, che neppure nelle persone più autorevoli sapeva rispondere «alla sua sete», scrive.

Dove lo dice?
CIPRIANI: Nel V libro delle Confessioni, al capitolo sesto. La stessa delusione del giovane Agostino di fronte ai manichei, che davano spiegazioni dei fenomeni naturali in contrasto con la scienza, forse la provano anche molti giovani di oggi che, tanto per la loro impreparazione religiosa che per l’imprudenza di certi soloni cristiani, possono essere esposti al pericolo di pensare l’insegnamento della Scrittura in contrasto con i risultati delle scienze moderne e pertanto nutrire sfiducia verso la Scrittura e verso la stessa fede cristiana. Sant’Agostino è sempre attuale. Ascolta il brano del De Genesi ad litteram I, 19, 39 a cui accennavo prima, citato integralmente da Galilei nella sua lettera del 1615 alla granduchessa di Toscana Cristina:
«Accade assai spesso che anche chi non è cristiano, riguardo alla terra, al cielo, agli altri elementi di questo mondo, al moto e alla rivoluzione o anche alla grandezza e distanza degli astri, intorno alle eclissi del sole e della luna, al ciclo degli anni e delle stagioni, alla natura degli animali, delle piante, delle pietre e di tutte le altre cose di questo genere, abbia conoscenze tali da poterle sostenere in forza di ragioni o esperienze indiscutibili. Orbene, è davvero una cosa vergognosa, dannosa e assolutamente da evitare che costoro sentano un cristiano parlare di queste cose in base ai testi cristiani e dire sciocchezze tali che, vedendolo prendere lucciole per lanterne, come si dice, a mala pena riescono a trattenere il riso. Ed è penoso non tanto che venga deriso uno che sbaglia, quanto il fatto che da parte di chi è al di fuori si possa pensare che i nostri autori abbiano sostenuto tali opinioni e che siano biasimati e rigettati come ignoranti, con gran danno di coloro della cui salvezza siamo solleciti. Quando infatti quelli che sono al di fuori sorprendono un cristiano che sbaglia in cose che essi conoscono benissimo e difende una sua opinione erronea sulla base delle nostre Scritture, in che modo potranno prestar fede a quelle Scritture riguardo alla risurrezione dei morti, alla speranza della vita eterna e al regno dei cieli, visto che vedono quelle Scritture contenere errori relativi a cose che hanno potuto sperimentare o conoscere attraverso calcoli sicuri? È difficile esprimere quanta pena e amarezza recano ai fratelli prudenti questi temerari pieni di presunzione quando, allorché vengono criticati e convinti della perversa falsità delle loro opinioni da coloro che non sono vincolati dall’autorità delle nostre Scritture, cercano di addurre le medesime sacre Scritture a difesa di quel che hanno sostenuto con leggerezza oltremodo temeraria e con falsità fin troppo scoperta. E arrivano anche a citare a memoria molte parole che ritengono valere come testimonianza, “senza comprendere né quel che dicono né che portata abbia”».

È significativo – aggiungiamo noi in coda a questa intervista – il commento che san Giovanni Damasceno fa a questa frase conclusiva che sant’Agostino trae dalla Prima lettera a Timoteo (1, 7) e che potrebbe avere tante applicazioni di attualità: «è la smania del dominio che li costringe ad arrogarsi il ruolo di Maestri».

Sobre el autor

Blog del departamento de Teología del Istic

1 comentarios :

Antonio dijo...

Tradúcelo al español, que sino no nos enteramos.

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